NEWS  
CINEMA  
CINQUE PUNTO 1  
MUSICA  
LETTURE  
ARTE  
FUMETTI  
INCONTRI  

Davide Bregola  

Enzo Fileno Carabba  
 
Giancarlo De Cataldo  
 
Tommaso De Lorenzis  
 
Girolamo De Michele  
 
Pablo Echaurren  
 
Valerio Evangelisti  
 
Cecilia Finotti  
 
Giuseppe Genna  

James Lavelle (english)  
 
James Lavelle (italiano)  
 
Andrea Manni  
 
Andrew Masterson  
 
Aldo Nove  

Pierpaolo Pasolini  

Tommaso Pincio  
 
Andrea Piva  

Serge Quadruppani  

Simone Sarasso  
 
Filippo Scozzari  

Roberta Torre  

 Alan Wilder (english)  
 
Alan Wilder (italiano)  
 
Wu Ming  
 
Wu Ming 1  
 
Wu Ming2  
BLACKBOX  
IL POTERE DEL MEDIO  
OLTRE  
STANLEY KUBRICK  
TEMI DEL DESKTOP  
LINKS  
ARCHIVIO  
DEPECHE MODE TOUR 2005-2006
 
Google
Web blackmailmag.com
 

INTERVISTA A SIMONE SARASSO
di Marco Montanaro. Leggi la recensione di Confine di Stato

Simone Sarasso

Ho appena finito di leggere il saggio di Wu Ming 1 sul New Italian Epic (scaricabile da qui ) e sto per inviare le domande a Simone Sarasso, giovane autore del romanzo Confine di Stato. Opera che può entrare a pieno titolo nei parametri, ancora incerti da verificare, del percorso indicato da uno degli autori di 54. Ai fini della discussione con Sarasso, è utile ricordare alcune delle tesi di Wu Ming 1: l’epica a cui fa riferimento nel suo saggio, quella che permette di avvicinare Romanzo Criminale, le opere dello stesso collettivo bolognese e Gomorra, per citarne alcuni, è la capacità di narrare la storia attraverso un racconto che non si esaurisce in se stesso ma è tessuto vivo di una narrazione di più ampio respiro. Il tentativo cioè di raccontare la storia, quella grandiosa e viva, attraverso la fiction, senza che questa sia un genere ‘chiuso’ e ‘unico’, ma qualcosa di altrettanto vivo e pulsante, che si nutre di tecniche varie e funzionali all’intento dell’autore. Questo è il saggio di Wu Ming 1 raccontato in modo piuttosto rozzo e semplicistico. E anche analizzando il singolo Confine di Stato, gli spunti sono molteplici. Partiamo da un fatto, dunque: il romanzo di Sarasso è avvincente.

   Un affresco dell’Italia oscura e misteriosa che parte dal dopoguerra e accompagna il lettore attraverso le zone d’ombra di un Paese in crescita (?) fino alla strage di Piazza Fontana. L’Italia sotterranea che vive di due tessuti paralleli, quello ufficiale e quello che attualmente rimane ancora coperto; l’Italia che cambia, quando riesce a farlo, prima nei palazzi del potere e poi per le strade.

   Il delitto Montesi, la morte di Enrico Mattei, quella di Giangiacomo Feltrinelli e la strage di Piazza Fontana sono gli avvenimenti cruciali attorno ai quali ruota la narrazione di Sarasso e dietro i quali si incrociano giochi di potere e debolezze umane, perversioni e ragioni private. Sono le storie dei piccoli personaggi – spie, politici, giornalisti, militari, i cui nomi reali sono cambiati – a comporre l’universo gigantesco che l’autore mette in scena, molto simile a quello dei fumetti americani. In ognuna delle piccole vite che compongono un più grande e quasi involontario mosaico, c’è l’eco della storia, quella con la ‘s’ maiuscola, che si avvicina, inarrestabile e viva.

   Confine di Stato è dunque un libro molto ‘americano’ in questo senso, che si nutre di realtà per intrigare con la finzione, che riesce ad affascinare partendo da ciò che è intorno, che investe la recente storia italiana per accendere una luce e renderla affascinante. Per renderla viva.

   Tornando al saggio di Wu Ming 1, si fa riferimento all’allegoria: se ogni romanzo è un’allegoria, poiché rimanda a un altro tempo (tempo in cui è stato scritto, tempo del racconto, tempo in cui viene letto e possibilmente interpretato), la buona riuscita di un romanzo ‘storico’ dipende dalla capacità di rappresentare nella maniera quanto più universale possibile un’epoca: in modo che rimanga intenso col tempo e non finisca col rappresentare solo se stesso. In altri termini: sopravvivere alla storia e rappresentare un racconto senza tempo (è il caso, citando sempre Wu Ming 1, di Robin Hood, che è un allegoria che funziona ancora, capace di rimandare a un insieme di significati ancora decodificabili dal lettore). Così Confine di Stato, oltre che raccontare una storia recente, riesce comunque a suonare del tutto familiare proprio in questi anni: ci sono due pezzi di un Paese in guerra tra loro (DC e PCI), due pezzi che si spiano a vicenda. Ricorda qualcosa?

   E le guerre, per tornare al racconto, si fanno con le spie: una di queste è il personaggio centrale del romanzo, Andrea Sterling. Un personaggio che cresce dall’inizio alla fine di Confine di Stato fino a diventare l’incarnazione del male assoluto. Emblema di quei Servizi deviati a cui spesso si fa riferimento nel corso della recente storia italiana, Sterling è soprattutto una figura nichilista, malata, onnipresente: è il male assoluto, per l’appunto, a cui Sarasso non nega una storia personale di assoluta psicosi. Non c’è operazione di spionaggio, sabotaggio o eliminazione in cui Sterling non riesca a muoversi come uno squalo, senza provare alcunché di umano.

   Detto questo, Confine di Stato ha innanzitutto il pregio di farsi divorare. Non è perfetto e ha molti debiti – come specificato dallo stesso autore – nei confronti dei vari Ellroy, Genna, Wu Ming. Ma riesce benissimo nel suo intento: incanta, accende una luce sulla memoria, accompagna e poi abbandona il lettore davanti all’unica risposta possibile di fronte alle domande disseminate nel corso della narrazione: Non è successo niente.

 

***

 

Innanzitutto, come hai organizzato il tuo lavoro: alla base di Confine di Stato c’è sicuramente una grande opera di documentazione. E poi, come questa si è incrociata con la fase di scrittura vera e propria?

Tutto è successo per gradi: per un anno e mezzo ho vissuto esclusivamente in mezzo ai documenti. Ho iniziato dalla rete e sono finito negli archivi. Ho poi cominciato a scrivere con uno scopo ben preciso: cercare di rendere comprensibile per il lettore ciò che spesso i documenti dicevano in burocratese.  Mentre mi documentavo, capivo. E ogni singola illuminazione diventava una scena (parecchi dialoghi tra Trama e Mario Rossi sono trascrizioni dei miei appunti; le domande che Trama fa a Rossi sono le domande che io facevo ai documenti. Non sempre le carte sono state più sincere del mio personaggio, e questo credo che dia la misura del lavoro documentario). Quando raggiunsi un certo numero di “punti fissi” vi costruii attorno la struttura del romanzo.

 

A proposito di scrittura: lo stile. È sicuramente semplice, crudo, cinematografico, funzionale alla storia che racconti. Credi che fosse l’unico stile possibile per CdS? E un’altra cosa: nel saggio di Wu Ming 1 sul New Italian Epic si parla della sperimentazione nascosta di Nelle mani giuste di De Cataldo: lo stile ‘apparente’ è frutto di una sperimentazione operata quasi dietro le quinte e che quindi sfugge a una lettura veloce. C’è qualcosa di simile nel tuo modo di scrivere? 

Il discorso sulla lingua che Roberto (WM1) fa a proposito di Nelle mani giuste è più facilmente accostabile a Settanta (il seguito di Confine di Stato alla cui stesura mi sto dedicando in questi giorni) che al mio romanzo d’esordio. Sempre con le molle e i debiti paragoni. De Cataldo è un maestro del linguaggio e l’approccio under cover che usa nel sequel di Romanzo Criminale è veramente una vetta altissima di sapienza narrativa. Io sto provando qualcosa di simile nel mio nuovo libro, ma credo che i risultati saranno ben altri. In Confine, invece, l’approccio era completamente diverso. Usavo il linguaggio per stigmatizzare i personaggi. Li volevo bidimensionalizzare il più possibile, di modo che i cattivi e i buoni fossero  cattivi e i buoni da film western. Univoci e inappuntabili nella loro grandezza o meschinità. Di conseguenza dovevano parlare una lingua irreale. Una lingua da film americano in traduzione. Una lingua fatta di “dannato”, “fottuto”, et similia. Una lingua che esiste solo al cinema.

 

In CdS si racconta di un’Italia sotterranea che è comunque – ci si augura – più o meno nota a tutti. Quello che mi ha molto colpito è stata anche un’altra cosa: gli usi e i costumi della nascente media borghesia italiana degli anni ’50. Mi riferisco all’arrivo della droga in Italia, i costumi sessuali tutt’altro che morigerati nonostante l’idea che credo rimanga ancora oggi di quel Paese democristiano. Quanto hai esagerato e quanto, invece, c’è di vero? 

Il punto è che non ho inventato pressoché nulla. Se anche Wilma Montesi non è morta in un festino di quelli che racconto io, quel tipo di orge avveniva davvero e le modalità di “svolgimento” erano grosso modo quelle che descrivo nel mio romanzo. Nella Roma dei Cinquanta (esattamente come nella New York o nella Chicago dei Cinquanta) girava un sacco di roba. Roba che veniva direttamente dagli States per soddisfare le esigenze delle “personalità” più in vista (i tempi del buco e dei tossici che ci lasciavano le penne agli angoli delle strade erano ancora di là da venire. All’epoca la roba era “roba da ricchi”). La coca circolava più dell’eroina (che avrebbe preso piede più tardi) e parte della bamba che girava nella capitale veniva prodotta in Italia. Insomma, per farla breve, non è vero che “si stava meglio quando si stava peggio”. Una volta, qui, NON era tutta campagna, signora mia. Il paese è sempre stato un merdaio. Allora come ora. È che se ne sapeva poco o nulla, tutto qui.

 

Sempre nel saggio di Wu Ming 1, si fa riferimento alla scena di Grande Madre Rossa di Giuseppe Genna, che tu citi nel libro come ispiratrice per la sequenza iniziale di Cds, quella della bomba di Piazza Fontana. Per Wu Ming 1 si tratta di un esempio di ‘sguardo obliquo’, uno sguardo impersonale capace di posarsi ovunque senza appartenere a nessuno se non, forse, al solo lettore (“sguardo di uno sguardo”). In Grande Madre Rossa quello sguardo scompare, mentre ho avuto l’impressione, nel tuo libro, che sia proprio quello sguardo a guidare la lettura attraverso i microcosmi che presenta (le vite dei personaggi), scandendo ogni passo dell’immenso mosaico che si viene lentamente a costruire. Per fare un esempio, nella prima parte si ha l’impressione che il protagonista possa essere il giornalista Lorenzo Trama, poi la cosa cambia radicalmente e si manifesta (è il caso di dire) Andrea Sterling (evito di spiegare come per non rovinare la sorpresa). 

Quando lessi la scena dell’esplosione del Palazzo di Giustizia in Grande Madre Rossa restai folgorato. Ricordo ancora l’esatto momento in cui la lessi: cosa stavo facendo, com’ero vestito, che stavo bevendo. Quel passo, per quanto mi riguarda, è uno dei fondamentali dell’intera produzione letteraria italiana del XXI secolo. Quando ho iniziato a pensare a Piazza Fontana, volevo che quello fosse lo sguardo sulla tragedia. Chiesi il permesso a Giuseppe, ché in quel caso si sarebbe potuto parlare più di plagio che di citazione, ed egli non ebbe niente in contrario, anche se mi fece notare la pesante sincronia. Ma quella fu davvero una delle primissime scene che scrissi. Ancora il romanzo non esisteva. Difficile postulare che lo contenesse in nuce. O forse, inconsciamente, mi era già tutto chiaro. Davvero non saprei che dire. Mi piace, però, che la ricezione attuale di questa scena sia quella a cui accenni tu. Lo shift continuo da protagonista a protagonista, invece, quello è più che voluto. E ha una valenza narrativa oltre che una funzione destabilizzante nei confronti del lettore: sta a significare l’assenza di punti di riferimento nella vicenda corale del Bel Paese del dopoguerra.

 

Come nasce Andrea Sterling? Ho letto che per te è stato quasi la sintesi della colpevolezza di più persone che non hanno mai pagato per le stragi e le deviazioni dello Stato. Perché hai scelto di dotarlo di un passato che, in genere, rischia di ‘giustificare’ un personaggio cattivo?

Sterling è il colpevole per eccellenza. L’incarnazione del male. È esattamente il responsabile che la magistratura non è mai stata in grado di inchiodare. È il tizio con cui prendersela. Il suo passato è una storia che sentivo di dover raccontare da tempo. Sterling e “ciò che è stato prima di lavorare per il governo” (uso una perifrasi per non rivelare nulla al lettore) si sono semplicemente incontrati, durante il processo creativo. Ad ogni modo, quel particolare passato non credo che giustifichi, anzi. È l’ennesimo lato oscuro del Paese di Merda (per citare il mio maestro Genna). Il male genera male, non è solo questione di karma.

 

Leggendo CdS, oltre alla letteratura cui fai riferimento, mi sono venuti più volte in mente i comics americani: non solo il Garth Ennis de Il Punitore, ma anche Marvels di Busiek/Ross per il mix storia/fiction e l’opera di Frank Miller e Alan Moore in genere (penso a Watchmen). Non a caso è venuto fuori United We Stand, prima graphic net novel italiana, che parte da CdS e ne frantuma maggiormente l’universo. Cos’è esattamente UWS? 

United We Stand è uno dei futuri possibili di Confine. Il protagonista è lo stesso (Sterling è sempre nei miei pensieri), solo riadattato al ruolo: più giovane, per essere credibilmente operativo all’epoca dei fatti; con un passato diverso (più adatto alla storia). United We Stand è il tentativo di fare i conti con la vera feccia. È la concrezione di diversi incubi tipici degli anni ’80: l’atomica, il sovvertimento militarizzato dell’ordine costituito. È il mio modo di fare pace con il mio immaginario di riferimento, che va da Alba Rossa di Milius a Rambo, da Gunny  a Commando, passando per War Games e Sindrome Cinese.

 

CdS è il primo capitolo di una trilogia sulla recente storia italiana. Perché hai indirizzato la tua scrittura in questo senso e, nel limite delle sorprese che puoi svelare, cosa ci aspetta per il futuro? 

La mia “trilogia” sporca arriverà fino a Tangentopoli. Nel prossimo volume, però, si tratterà esclusivamente il decennio 1970-1980. Ecco perché il secondo romanzo si chiamerà, didascalicamente, Settanta. Le ragioni che mi hanno portato a narrare questo tipo di storie sono parecchie, ma credo che su tutte troneggi la rabbia per i colpevoli mai trovati. Nessuno è colpevole per Piazza Fontana, e per parecchie delle altre carneficine che hanno insanguinato il paese. Dare volto e nome ai responsabili, di modo da avere qualcuno con cui prendermela, finalmente. Magrissima consolazione, ma sprone narrativo decisivo.

 

Grazie.