JAMES NAREMORE: Orson Welles (Marsilio, pp. 400, € 9,90; traduzione di Daniela Fink) |
Apparso per la prima volta in Italia nel 1993, il
Naremore ripercorre non solo le tappe raggiunte dal regista, a partire da Citizen Kane (1941), ma si sofferma anche sulla mole di progetti inseguiti tra mille impedimenti economici e organizzativi e purtroppo mai conclusi: Heart of darkness, da Joseph Conrad e Smiler with a knife, da una storia di spionaggio di Nicholas Blake, sviluppati tra il 1939 e il 1940. Un film sul jazz di New Orleans con la partecipazione dello scrittore John Fante in sede di sceneggiatura. The Landru story (fonte alla quale attinse Chaplin per il suo Monsieur Verdoux). Un progetto su Enrico Caruso; War and peace e Don’t catch me (entrambi del 1944); una Salomé; Paris by night (1950); The Dreamers, tratto da Karen Blixen (1978). E ovviamente Moby Dick e Don Quixote. L’elenco è impressionante. Abbastanza per scolpire a chiare lettere la sincera dichiarazione d’amore di un gigante nei riguardi di un’arte irreversibilmente menomata dal mercato. Ecco allora il Welles che vende faccia e mito per reclamizzare il Jim Beam o le Eastern Airlines. Eccolo prestatore d’opera in filmetti e filmacci di ogni genere e nazionalità. Eccolo dichiarare senza peli sulla lingua che “Può essere divertente. E poi lo faccio per farmi vedere. Se no tutti ti dimenticano”. Parole da artigiano instancabile e isolato, da illusionista che in Heart of darkness avrebbe voluto svelare al pubblico, fin dal primo minuto, la macchina della narrazione: DISSOLVENZA. SCHERMO BUIO. VOCE DI WELLES Signore e signori, io sono Orson Welles. Non preoccupatevi. Per il momento non c’è proprio niente da guardare.
L’
incantatore che in F for Fake (1976) sarebbe risultato
talmente immerso nei meccanismi dell’artificio da poterne estrapolare una
pungente riflessione parallela a quella che all’alba degli anni ’70 lo aveva
portato a girare le prime sequenze dell’inedito The Other side of the
wind, pellicola su Hollywood (con John Huston, Peter Bogdanovic e Susan
Strasberg, tra gli altri) e sulla percezione dell’immagine, sulla macchina
da presa e intorno alle alterazioni che il cinema opera sulla realtà.
“Hollywood trasformata in pura celluloide”,
scrive
Avremmo dovuto avere la fortuna di vedere tutto l’universo filmico immaginato da Orson Welles. Quell’universo risucchiato frammento per frammento più che dalla morte fisica, dalle avversità, dagli oltraggi che Welles subì da vivo. Questo libro, come l’insuperabile documentario di Oja Kodar Orson Welles, the one man band (1995), riesce a farci desiderare ancor più queste visioni mancate, queste meravigliose occasioni che la più grande invenzione senza futuro della storia umana si è lasciata sfuggire per sempre. (N.G.D’A.)
Sul web: www.wellesnet.com http://www.editionsmontparnasse.fr/citizen_kane/pages/owelles.html |
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