MASSIMO CARLOTTO: L’oscura immensità della morte (Edizioni e/o, pp. 177, € 13,00) |
Vendetta e remissione: poli opposti separati da un
Perché è chiaro che al primo impatto, una volta chiuso, un libro come questo non lascia indifferenti. È un tarlo, una ferita nella coscienza di chiunque abbia scelto di leggerlo e per noi un’altra ottima opportunità per smentire quanti negano l’esistenza di autori italiani capaci di lasciare un segno in questi anni, di inseguire una consapevolezza del lettore piuttosto che chiacchere, champagne, gambi di sedano immersi in crema di spinaci di un party letterario. L’oscura immensità della morte parla di seconde occasioni negate e di quella spirale nella quale precipitano le vittime di un dolore atroce: “Non avevo voglia e tantomeno energie per ricominciare a vivere. Il parroco mi aveva esortato a trovare la forza in Dio. Ero rimasto profondamente scosso dalla sua omelia ai funerali per la banale semplicità della sua ricetta: la fede ci aiuterà a superare il dolore del lutto e un dì ci ritroveremo tutti al cospetto di Dio che nel frattempo ci ama e ci osserva dall’alto dei cieli. Amen.” Questo è Silvano dopo la tragedia. Un uomo prigioniero di una straziante solitudine, ossessionato dai suoi fantasmi, dalle ultime parole pronunciate dall’amata prima di spirare, al quale l’ergastolano minato nel fisico chiede la grazia. Non avendo più amore dentro, Silvano non ha mai previsto una scelta. E Raffaello, dietro le sbarre, scopre di essere cambiato da quel maledetto giorno. Ha il marchio dell’assassino addosso e il desiderio di morire fuori, al sole del Brasile, tra le gambe di una puttana. In carcere, per non soccombere, deve continuare a tenere una condotta da duro, eppure quei colpi di pistola esplosi mentre era sotto l’effetto della cocaina, continuano a rimbombargli dentro. “Ho scelto di fare il rapinatore, nessuno mi ha costretto, e se avevo messo in conto di uccidere uno sbirro o di essere impallinato, mai e poi mai avevo pensato di uccidere due innocenti.” L’errore di un uomo, la folle disperazione di un suo simile: due reclusi, cambiano solo la forma della prigione, i termini mentali e legali della pena. Con Carlotto non si gioca mai sul terreno delle parole abusate, questo è certo. Il linguaggio è forte, rinforza un ritmo spaventoso che trascina nel cuore di una vicenda attuale e terrificante e sottolinea l’adesione continua dello scrittore padovano ad una letteratura vissuta come un disegno tracciato per raccontare una realtà densa e violenta. È la via del rinnovamento noir indicata da Jean-Patrick Manchette quando sosteneva che “il poliziesco è un genere morale. È la grande letteratura morale della nostra epoca.” Per gli aficionados, un’altra ‘vacanza’ dal ciclo dell’Alligatore Marco Buratti che ha il sapore amaro di The Funeral di Abel Ferrara. Anche lì si parlava di perdono e di spezzare le catene dell’occhio per occhio, poi le riflessioni sfociavano in una messa funebre, nell’avvicendarsi della morte. Fate leggere questo romanzo a tutti i poveri giustizieri della notte che ci sono in giro e che amano perdersi in deliri giustizialisti di stampo tribale. Fatelo leggere al ministro Castelli. È importante.
sul web: www.massimocarlotto.it
(N.G.D’A.) |
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