|
|
AUDIO BULLYS: Ego war (Source/Virgin) |
|
Ora so che il debutto di Simon Franks e Tom Dinsdale, i due kids della suburbia inglese riuniti sotto la sigla Audio Bullys contiene ESATTAMENTE la musica che avevo voglia di ascoltare in questo momento. È come portarsi a casa l’atmosfera di un club in cui si incontrano hooligans, punks e gente che muove il culo con la house. UK Garage, lo chiamano. Impastato di funk, dub e hip hop (Biggie Small e Method Man figurano tra le influenze dei nostri) per rifare i connotati alla dance music. Il passato e il presente del pianeta Londra si danno appuntamento in un album atteso a lungo viste le ottime premesse di Audio Bullys EP (uscito nell’estate 2001, quattro mesi dopo la firma del contratto con la Source, conteneva Real life più altri tre brani) e del singolo dinamitardo We don’t care (il relativo videoclip è stato diretto da Walter Stern, già autore di Firestarter dei Prodigy e di Bittersweet symphony per i Verve). "Scriviamo canzoni sulla vita di tutti i giorni" dice Simon, onesto e avvelenato vocalist del duo. C’è da credergli. I numeri giusti ci sono: dall’iniziale Snake (avvio da soundtrack carpenteriana, indice puntato sul cursore dell’eco di ritardo) alle successive 100 million (cazzo, che groove!) e Way too long (una All along the watchtower terminale), a The Tyson shuffle e The Things (solo i Casino Royale di Palma & Bisceglia avrebbero potuto scrivere una canzone così bella). Si ascolta tutto senza saltare da un pezzo all’altro, sorpresi di trovare omaggi e citazioni piuttosto che il solito penoso riciclaggio d’idee altrui. Prendete The Snow e I go to your house, ad esempio: ipercinetica black (disco) music fine ’70 pompata sulla sabbia di Ibiza in pieno 2003 (il tizio visibilmente allucinato che parla da solo è Patrick Bateman). Fino a ieri, Franks e Dinsdale (46 anni in due) facevano girare dischi alle feste e producevano bootlegs. Per una volta non abbiamo difficoltà a prestar fede ai critici che hanno paragonato la coppia di soci a un po’ di gente importante: Specials, Clash, Madness e quei disgraziati degli Happy Mondays (tornate insieme!), tanto per buttare sul piatto i primi quattro della lista. Se New York è risorta grazie a Liars e Radio 4, Londra risponde con gli Audio Bullys inseguendo su coordinate nuove l’approccio alla musica di gente come John Lydon e Joe Strummer.
(J.R.D.) |
|
|