Questi
tre soggetti mi fanno incazzare. Talento immaginifico da vendere e
padronanza impressionante di un mondo di suoni ‘altro’ (claustrofobico,
spiazzante, oltre la techno e la club culture così come la conosciamo). Il
migliore progetto di elettronica made in Italy, già titolare di un primo
omonimo album uscito (sempre via Karnak) nel 2000, si butta via così, peggio
dell’ultima sfigatissima cover-band del globo: promozione ZERO.
Distribuzione ZERO SPACCATO! Un esempio? Sono entrato in possesso di un cd-r
dell’album finito a metà maggio 2003 con la promessa di ricevere entro breve
tempo: A) la copertina del disco (poi rimediata di contrabbando); B) la data
di pubblicazione; C) uno straccio di appuntamento finalizzato alla
realizzazione di un’intervista. Sono trascorsi quattro mesi e tutto ciò che
ho ottenuto (via sms) è il messaggio: «Il disco è uscito», firmato
Andrea Capanna
(vi dice niente questo nome?). Poi di nuovo buio e silenzio. Li amo alla
follia, giuro, ma avrebbero urgentemente bisogno di un manager capace di
prenderli a calci nel culo per farli arrivare in tutte le case della
penisola e anche fuori (o soprattutto). Calci in culo, tutto il santo
giorno. Perché, anche se le riviste che contano non se li filano neanche un
po’ (troppo impegnate a bombardarci i sacrosanti con la solita paccottiglia
verdenosa, punkreatica, shandoneska o in linea col 77 dei loro bisnonni),
anche se la Audioglobe non li spinge come dovrebbe, queste non sono buone
ragioni per vivacchiare. Perché di solito dischi come questo The Monroe
transfer, se non escono per la Rephlex o
per la Warp, si possono ascoltare solo in
sogno.
‘Musique concrètè da dancefloor. Electro-glitch per organi caldi. Opera
elegante e compatta destinata a reggere bene il peso del tempo negli anni
futuri non meno dei dischi di
Aphex Twin,
Matmos o del meglio della scuderia K7. Nove brani che suonano come la
soundtrack deliziosamente perversa di un porno-thriller diretto da Michael
Ninn e interpretato dalla regina dei B-movies (ed ex ‘Pet of the Year’ di
Penthouse) Julie Strain. Ho detto porno? Beh,
il titolo della raccolta, come mi ha precisato con grande dovizia di
dettagli il vocalist Riccardo Chiaretti, fa
riferimento a una pratica di sesso estremo nella quale due corpi sospesi per
aria e allacciati a solide funi sono uniti da un tubo che consente lo
scambio di feci. Carino, vero? Niente a che fare con la biondona che cantava
“Happy birthday, Mr. President” tanti e tanti anni fa. Detto questo,
sparatevi in cuffia l’ambient torbida di Klick
klick il lungo brano iniziale (9’ e 16’’), quindi il cuore del
lavoro (Child opera; Weird house;
Doggy style; l’ipno-hard di Scrub fight). Tutto di fila,
fino a sprofondare nella morbidezza da brividi dub di
Bodhi swaha (di qua c’è Ibiza, di là Formentera, laggiù invece
potete ammirare la Fabric di James Lavelle).
Poi fatemi sapere se avete ancora una buona riserva d’aria nei polmoni e se
non vi è venuta voglia di rivedere un classico di John Carpenter come
Halloween (il primo, il più amato) o 1997: Fuga da New York.
Cercate questo disco. Ne vale la pena, nessun dubbio in proposito.
(J.R.D.)
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